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La morbida trapunta azzurra si era improvvisamente fatta ruvida e sgradevole al tatto.
Seduta a gambe incrociate, gli occhi fissi sulla porta davanti a lei, una mano in grembo, l'altra convulsamente stretta a quel pezzo di cielo senza vita.
Quello che inizialmente aveva accolto come un fastidioso senso di inappagamento si era lentamente insinuato nella sua mente, nella sua vita quotidiana. A poco a poco era diventato parte di lei.
Per anni vi aveva convissuto, non c'era problema, in quel suo corpo, tutto tranne che perfetto, c'era posto per entrambi, sia per la parte colma di speranza e aspettativa nei confronti del futuro, sia per quella che costantemente la metteva in guardia dai sogni troppo grandi e potenzialmente irrealizzabili.
Lentamente si lasciò scivolare lungo il letto, senza pensieri, lo sguardo fisso nel vuoto.
Ed ora era arrivata al punto da non sapere neanche più chi fosse lei realmente, la ragazza sempre allegra e ottimista che fantasticava sul futuro e sulle mille opportunità che le si sarebbero presentate, o quella triste e disillusa, a tal punto colma di paure da non riuscire ad istaurare un vero rapporto di fiducia né con se stessa né con gli altri?
Avrebbe voluto piangere, forse in quel modo si sarebbe liberata dal senso di oppressione, ma dai suoi occhi non usciva una lacrima.
La porta era sempre davanti a lei. Sapeva benissimo cosa vi avrebbe trovato se l'avesse aperta, lo sapeva da ormai 15 anni, ma non era quello il problema, non lo era mai stato…
Monica chiuse gli occhi, era tutto inutile. Come avrebbe potuto far capire agli altri il suo stato d'animo, le sue paure se neanche lei riusciva ad esserne perfettamente conscia?
Il verde brillante delle sue pupille tornò a fissare quell'oggetto proibito. La porta era semplicemente un simbolo, il simbolo di un mondo che Monica rifiutava perché pericoloso, sul quale lei non aveva alcun controllo.
Era stupida, se ne rendeva conto. Ma non si poteva permettere un fallimento, sarebbe stato troppo doloroso l'essere rifiutata dagli altri, scaraventata nuovamente in quella stanza con la consapevolezza, in seguito, di non essere all'altezza, di non essere stata scelta.
Monica portò le gambe vicino al petto e le circondò con le braccia. Quella posizione l'aveva sempre fatta sentire al sicuro, sin da quando era bambina e nessuno voleva giocare con lei, ai suoi stupidi giochi senza bambole, orsacchiotti e robots.
Sul suo volto si abbozzò un sorriso, si immaginava cosa avrebbe potuto vedere al di là della porta: non i suoi genitori, i suoi compagni, tutte le persone del mondo pronte a giudicarla e a condannarla se non l'avessero ritenuta degna, non loro, solo un cielo stellato, l'universo nel quale avrebbe voluto perdersi. Senza preoccupazioni, senza quel terribile senso di inadeguatezza. Miliardi di stelle e una musica dolcissima, nulla più.
Ma non era così. Il sorriso scomparse dal volto di Monica e al suo posto ritornò lo sguardo perso nel vuoto, asettico, privo di prospettiva.
Se apro quella porta sarò costretta ad accettare ogni possibile evoluzione della mia vita. Bella, brutta, accettabile, insopportabile..
Il cuore di Monica incominciò a battere convulsamente, se gli fosse stato permesso le sarebbe saltato fuori dal petto.
"Cosa devo fare?" Monica si strinse con più fermezza le braccia intorno alle gambe. Gli occhi chiusi, il cuore attanagliato dalla solitudine, dal senso di perdita.
Le lacrime scesero dolcemente lungo le guance, bagnando l'azzurro opaco della trapunta.
Nessun cielo stellato, nessuna dolce musica, solo il suono dei suoi singhiozzi a riempire il vuoto nella stanza. E quella porta, sempre là, sempre chiusa, che attendeva di mostrarle l'universo.
Scritto da Shiningarden, 2001
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