Laboratorio di Scrittura³:HOME > Immaginazione > Racconti > Storie intimiste > Qualcuno ti sta aspettando
L'atmosfera giusta sarebbe stata quella che solo il suono di un pianoforte avrebbe potuto creare. E magari, perché no, ci sarebbero stati bene anche un violino, una viola… una chitarra elettrica e una batteria!
O forse era semplicemente quella l'atmosfera giusta: lo sciacquio delle onde, i gabbiani in cielo, i passi di qualche solitario visitatore.
Era un buon posto per pensare, per starsene qualche ora per conto proprio. Per chiarire con se stessi e poi andare avanti.
L'oceano gli si apriva davanti, sembrava gli stesse chiedendo di parlare. Di smetterla di aspettare.
Andrea alzò gli occhi, sopra di lui i gabbiani volavano in coppia.
Con una mano raccolse un po' di sabbia, la richiuse a pugno e poi lasciò che fili sottili di tempo gli scivolassero tra le dita. Ritornò a guardare l'oceano. Si strofinò le mani con noncuranza e se le ficcò in tasca.
L'acqua era leggermente increspata a causa del vento.
Andrea si scostò una ciocca di capelli dagli occhi. Avrebbe voluto… che cosa avrebbe voluto? Si chiedeva furioso nei suoi confronti.
Poteva leggere nei loro pensieri e desideri. Vedeva al di là dei loro sorrisi e sguardi d'attesa.
Poteva e avrebbe voluto gridare.
Vedeva e avrebbe voluto chiudere gli occhi per non vedere più.
Perché mi deludi sempre? Perché ti preoccupi per cose insulse? Perché non mi vieni mai a trovare? Perché non mi hai telefonato ieri sera? Perché non mi hai più scritto?
Perché pretendi che io sia la persona che non sono?
Perché non hai fiducia in me? Perché non ti sei voltato a guardarmi? Perché non mi hai sorriso? Perché mi hai sorriso e poi ti sei tirato indietro?
Perché, perché, perché…
Andrea manteneva lo sguardo fisso sull'oceano, sembrava che anche lui, nel suo apparente silenzio, glielo stesse domandando ora.
Doveva trovare una risposta, doveva o altrimenti sarebbe impazzito.
Una risposta per i suoi genitori. Una per quegli estranei di cui non era voluto diventare amico. Una risposta per quella ragazza di cui non si era innamorato. Una per quella che aveva preteso troppo da lui…
Elisabetta mise a fuoco l'obiettivo e scattò.
Era perfetto: esattamente ciò che voleva trasmettere.
Scattò ancora e ancora. Poi si fermò e rimase a fissare il ragazzo seduto a qualche metro da lei, sulla spiaggia. "Quand'è che ti sei perso, ragazzo? Arrivato a quale punto della tua vita?" pensò malinconica, lo sguardo sempre fisso su quella sagoma accovacciata.
Elisabetta ripose la macchina fotografica nella custodia e si passò una mano tra i capelli grigi per riavviarseli. Il vento ora soffiava più forte.
Andrea lanciò un'occhiata all'orologio che portava al polso. Posò un ultimo sguardo sull'oceano davanti a lui e poi si alzò. Si spolverò per liberarsi dalla sabbia che gli si era appiccicata addosso.
"Che cosa si aspettano tutti da me?" urlò silenziosamente rivolto all'oceano. Quindi si voltò, il viso chino, le mani in tasca, il bavero della giacca rialzato.
Passò accanto ad una signora di mezz'età. Non si accorse neppure dello sguardo interrogativo posato su di lui.
Quando il ragazzo fu passato Elisabetta decise di spingersi fino al bagnasciuga. Avrebbe voluto bagnarsi i piedi, ma faceva davvero troppo freddo, pensò con una punta di contrarietà. E così rimase a contemplare l'orizzonte. Le onde si alzavano e increspavano a causa del vento. I capelli le coprivano a tratti gli occhi.
L'arte è un mondo, non il mondo, si ricordò di aver sentito dire una volta. "Giustissimo", rifletté lei ora. "Ma, alle volte, sembra l'unico accessibile", concluse con una punta di amarezza.
Ripensò alla foto che aveva scattato poco prima a quel ragazzo. Qualcuno ti sta aspettando. Sì, sentenziò, sarebbe stato un ottimo titolo e decise che avrebbe inserito la foto tra quelle scelte per la mostra.
"E se non arrivi tu, ragazzo, nessuno potrà mai prendere il tuo posto" sussurrò in direzione dell'oceano.
Scritto da Shiningarden, 2003
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